
LLa Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza cruciale il 28 aprile 2022 nella causa C‑642/20, stabilendo che l’art. 83 del Codice dei contratti pubblici italiano è incompatibile con l’articolo 63 della direttiva 2014/24/UE sugli appalti pubblici. Questa decisione mette in luce un significativo contrasto tra la normativa italiana e i principi europei in materia di appalti.
Sommario
Il contenuto dell’art. 83 del Codice appalti
L’art. 83 del Codice appalti, al comma 8, impone che in caso di raggruppamenti temporanei di imprese, l’impresa mandataria deve possedere i requisiti ed eseguire le prestazioni in misura maggioritaria. Questa disposizione si estende anche ai casi di avvalimento, come previsto dall’art. 89 dello stesso Codice.
Il contrasto con la Direttiva UE
La Corte ha evidenziato che l’art. 83 del Codice appalti stabilisce una condizione più stringente rispetto a quanto previsto dalla direttiva 2014/24/UE. Mentre la direttiva europea si limita a permettere all’amministrazione aggiudicatrice di richiedere, nel bando di gara, che alcuni compiti essenziali siano svolti direttamente da un partecipante al raggruppamento, la norma italiana impone all’impresa mandataria di eseguire la maggior parte dell’insieme delle prestazioni dell’appalto.
Le implicazioni della sentenza
La decisione della Corte di Giustizia sottolinea che il legislatore italiano ha imposto, in modo uniforme per tutti gli appalti pubblici, un obbligo che la direttiva UE lascia alla discrezione delle singole amministrazioni aggiudicatrici. L’art. 83 del Codice appalti non si limita a specificare come un raggruppamento debba dimostrare di possedere le risorse necessarie, ma fissa le modalità di esecuzione dell’appalto. Questa norma contrasta con l’approccio qualitativo voluto dal legislatore europeo, adottando invece un criterio meramente quantitativo.
L’impatto sulla concorrenza e sulle PMI
La Corte ha evidenziato che l’art. 83 del Codice appalti, nella sua attuale formulazione, eccede i termini della direttiva 2014/24/UE. Questo eccesso pregiudica l’obiettivo di aprire gli appalti pubblici alla più ampia concorrenza possibile e ostacola l’accesso delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici, contraddicendo gli intenti della normativa UE.
Necessità di revisione normativa
La sentenza della Corte di Giustizia UE pone in evidenza la necessità di una revisione dell’art. 83 del Codice appalti italiano. Il legislatore nazionale dovrà allineare la normativa ai principi europei, garantendo una maggiore flessibilità nella partecipazione dei raggruppamenti di imprese agli appalti pubblici e promuovendo l’accesso delle PMI a queste opportunità. Questo adeguamento sarà cruciale per assicurare la conformità del sistema italiano degli appalti pubblici alle direttive europee e per favorire una concorrenza più equa e inclusiva nel settore.
Andrea de Bonis
Avvocato amministrativista, patrocinante in Cassazione e Giurisdizioni Superiori. Laureato con Masters alla Lumsa, esperto in appalti e contratti pubblici. Partner di 24 Avvocati e relatore universitario, pubblico articoli specialistici con un linguaggio chiaro e accessibile, rendendo il diritto comprensibile a tutti.
